La fisioterapia: un aiuto contro il dolore. Intervista a Pasquale Masiello

Oggi intervistiamo Pasquale Masiello, 27 anni, originario di Ponte, un piccolo paesino in provincia di
Benevento. Dopo aver studiato Fisioterapia presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, è da qualche anno un libero professionista e si dedica con passione al proprio lavoro, anche e soprattutto in ambito sportivo.
Curiosi di scoprire qualcosa in più su di lui e su come si intraprende questa attività lavorativa gli abbiamo fatto qualche domanda.

Ciao Pasquale, innanzitutto grazie per aver accettato di aprirti a noi. Quali sono le ragioni che ti hanno spinto a scegliere Fisioterapia?
La scelta di Fisioterapia dipende inevitabilmente da quelle che sono le mie esperienze personali e soprattutto familiari. Mia madre, da medico, ha avuto il merito di farmi appassionare alla medicina e, in particolar modo, al concetto di riabilitazione. Un concetto bellissimo per il quale si profonde tutto se stessi nel tentativo di restituire al paziente, alla persona, la “functio lesa”, la funzione, o meglio, la funzionalità, persa a seguito di un trauma.

la fisioterapia

Quando curi una malattia puoi vincere o perdere, quando curi una persona vinci sempre!”
(P.Adams)

Giovanissimo hai la fortuna di lavorare da un po’ presso Fisioter, studio di Fisiokinesiterapia: ci puoi spiegare meglio di cosa si tratta?
Fisioter è un progetto nato nel 1998 dalla brillante mente di Marco Fusco. Preparatissimo fisioterapista che, purtroppo, a causa di un incidente stradale, non può più svolgere a pieno la sua funzione. Fisioter è per grandi linee uno studio associato, un ambulatorio in cui convivono e collaborano, in relazione di equipe, le figure di fisioterapista, ortopedico e neurochirurgo, nel fine ultimo comune, ovvero il benessere, la salute del paziente.

Dopo che hai iniziato gli studi hai mai avuto qualche dubbio su quella che sarebbe stata la tua strada, magari in seguito a qualche episodio legato al tuo tirocinio che ti ha fatto rendere conto di quanto fosse anche psicologicamente coinvolgente questo lavoro?
Nel corso del mio secondo anno di studi ho avuto modo di frequentare il reparto di terapia intensiva del policlinico di Tor Vergata. Qui ho visto pazienti nelle peggiori condizioni, politraumatizzati, molte volte irreversibili, e sarò onesto nel dire che la mia fiducia nel lavoro ha vacillato. Ma è proprio lì che, grazie ai miei tutor, ho capito che anche il più piccolo miglioramento del paziente è una conquista personale e che c’è sempre qualcosa che si può fare per coloro che soffrono.

Sappiamo che lavori spesso nel mondo del calcio e del tennis: a tal proposito, quali sono gli interventi che fai più spesso e quali sono le terapie immediate che metti in essere per ovviare a incidenti occasionali?
Lavorando con gli sportivi principalmente mi trovo a dover realizzare fasciature pre gara, soprattutto di
caviglia, applicazioni di kinesio tape, massaggi con creme riscaldanti o crioterapia, a seconda del contesto.
Nel post gara mi capita di lavorare sulle lesioni muscolari, quindi tecarterapia, fibrolisi e crioterapia.

“Collaborazione e maggiore tutela dagli organi statali”, linee guida per gli addetti ai lavori

Oggi si fa molto ricorso alla fisioterapia: a tuo avviso, quali sono i campi in cui si possono avere maggiori risultati e quali sono le tecniche più efficaci?
Per quanto riguarda l’importanza della fisioterapia al giorno d’oggi bisogna fare un passo indietro. Viviamo in un contesto in cui l’abusivismo regna sovrano e bisogna avere occhi apertissimi affidandosi a professionisti riconosciuti. Per tornare alla domanda, posso solo dire che nella moltitudine di corsi e tecniche valide per la riabilitazione, il professionista sceglie quello che è l’approccio che ritiene migliore a seconda del paziente e della sua problematica, ma anche in base alla sua predisposizione. Io, ad esempio, credo molto nei concetti di postura ed esercizio riabilitativo e nel mio operare non prescindo mai da queste due cose.

Quali sono a tuo avviso le strade nuove da percorrere per migliorare l’efficacia delle cure fisioterapiche?
Credo che per potenziare il nostro settore si debbano ricevere tutele dagli organi dello stato predisposti ai controlli, così come maggiore collaborazione tra professionisti. Mai come ora c’è bisogno di potenziare il concetto di lavoro in equipe, per poter meglio seguire il paziente nel suo percorso di cura.

Cosa consiglieresti a chi volesse intraprendere una carriera lavorativa come la tua?
Posso solo dire che è un lavoro stupendo e che, quando fatto con coscienza, competenza e sensibilità, può dare grandi soddisfazioni.

Quando fai di una passione il tuo lavoro: intervista a Giovanni Conti.

Giovanni Conti, classe 1985, originario di San Lorenzo Maggiore in provincia di Benevento, gioca da diversi anni in serie D nel ruolo di difensore. Quest’anno ha concluso il campionato nella Frattese, ritornando in territorio campano dopo che, dal Torrecuso, era passato all’Isola Liri, al Picerno e al Mantova.

Ciao Giovanni, grazie per aver accettato di aprirti e di parlare di quello che è diventato il tuo lavoro. A quanti hanno hai dato il primo calcio ad un pallone e da quanto tempo giochi?
Sin da piccolo tiravo calci a tutto ciò che assomigliasse ad un pallone, ma la mia carriera calcistica è iniziata quando mi sono trasferito da ragazzo con la mia famiglia al Nord, poiché al Sud non c’erano grandi possibilità lavorative. Ho affiancato al lavoro il calcio, che all’ inizio era un semplice hobby. Con il tempo ho capito che questa passione sarebbe potuta divenire anche un mezzo per conquistarmi l’indipendenza economica. Da quel momento è diventato il mio lavoro e non ho potuto più farne a meno.

È risaputo che gli sportivi debbano fare sacrifici anche e soprattutto a livello alimentare. È importantissimo infatti mangiare in maniera regolare e sana: a tal proposito, un calciatore che tipo di dieta deve seguire? Quante volte al giorno deve mangiare?
Di solito noi sportivi mangiamo cinque volte al giorno: si inizia con una colazione abbondante, proseguendo in tarda mattinata con un frutto o una barretta di cioccolato, arrivando a pranzo con un primo. Nel tardo pomeriggio uno spuntino può permetterci di arrivare alla sera e mangiare un secondo proteico. In questa ultima fase della giornata è importante mangiare di meno e, se possibile, evitare pasta o carboidrati.

Mantenersi allenati e non abbassare mai la guardia è importantissimo per uno sportivo. Tu quante volte alla settimana ti alleni e per quante ore?
Dipende, noi sportivi ad un certo livello ci alleniamo tutti i giorni, sono pochi coloro che si allenano
saltuariamente. È comunque importante riposare, ma quando si vogliono raggiungere certi obiettivi bisogna lavorare costantemente e con impegno. Anche il lunedì, giorno solitamente di riposo, preferisco sfruttare il pomeriggio per allenarmi.

Giovanni Conti in allenamento per az piceno
Fonte: www.azpicerno.it

 

Spesso, ad influenzare la propria vita professionale, sono figure di riferimento che hanno fatto la storia. Qual è il tuo modello calcistico? E la tua squadra del cuore?
La mia squadra del cuore è il Napoli, di cui ammiro il gioco, uno dei migliori in Europa. Il mio mito calcistico è Maradona, anche se non apprezzo attualmente il suo stile di vita e quello che si è venuto a creare intorno alla sua figura. Dal punto di vista calcistico, però, il suo genio è indiscutibile. Per il mio ruolo di difensore ho sempre ammirato anche Nesta e Maldini.

Cosa consiglieresti a chi come te vuole intraprendere una carriera calcistica?

Che ci siano sempre rispetto, lealtà e una buona dose di passione.

Un’ultima domanda, sicuramente più leggera: hai, come tanti nel mondo del calcio, un gesto scaramantico che ripeti prima di una partita?
Ce ne sono diversi a dire la verità: spesso bacio la fedina della mia ragazza o guardo negli occhi i miei compagni per capirne le sensazioni, ma sempre con la consapevolezza che il calcio rimane pur sempre un gioco, in cui non devono esserci scorrettezze e in cui deve prevalere una competizione sana.

Grazie e in bocca al lupo per la tua carriera professionale! Alla prossima.

Race for the Cure 2018: Roma si tinge di rosa per combattere il cancro al seno

Solidarietà e partecipazione alle donne che ogni giorno lottano contro un male terribile: questa l’iniziativa Race for the Cure, giunta alla 19° edizione.

Difatti dal 2000, anno in cui si è svolta la prima edizione della manifestazione, il numero degli iscritti è cresciuto sempre più. Domenica 20 maggio, migliaia di donne sono scese in piazza a testimoniare che, combattendo con tenacia e determinazione, il cancro al seno si può sconfiggere.

 

Partecipazione di domenica 20 maggio al Race for the Cure di Roma.

La sindaca Raggi, un’ospite speciale

“Un’emozione quest’oggi vedere le strade intorno al Circo Massimo animate dalla corsa delle donne in rosa, accompagnate da amici, familiari e associazioni”.

A pronunciare tali parole è la sindaca Virginia Raggi, che ha celebrato il successo della corsa benefica alla quale ha partecipato, ricevendo applausi ma anche fischi.
Race for the Cure è l’evento simbolo di Komen Italia, la più grande manifestazione per la lotta ai tumori al seno in Italia e nel mondo. Un grande Villaggio ha ospitato iniziative dedicate alla salute, allo sport e al benessere.

Area donne in rosa. Bacheca che permette di lasciare una dedica. Race for the Cure Roma.

Infatti le protagoniste di questo grande traguardo sono state le Donne in Rosa, donne che sono riuscite a vincere la lotta contro il tumore. È a loro che è stata dedicata un’area per iscriversi, ritirare la borsa gara con la t-shirt e il pettorale rosa, incontrarsi e condividere emozioni.

Donne in rosa. Palloncini rosa. Tumore al seno. Race for the Cure

5 km di corsa competitiva e amatoriale e 2 km di passeggiata hanno accompagnato la giornata di ieri a cui hanno partecipato, in un clima di positività e di armonia, uomini, donne, bambini, competitivi e, soprattutto, corridori amatoriali.
La maratona si è poi conclusa con un momento emozionante: 5500 donne in rosa hanno lasciato volare nel cielo di Roma palloncini rosa.
Simbolo di tutte le donne che lottano e di quelle che, purtroppo, non possono più farlo.

Palloncini rosa nel cielo di Roma per la Race for the Cure.